Scoppiò quindi una guerra
in cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago
combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto
per essi in cielo.
Il grande drago, il
serpente antico, colui chechiamiamo il
diavolo e satana, e che seduce tutta la terra fu precipitato sulla terra e con
lui furono precipitati anche tutti i suoi angeli.
Addio mia bella addio
Ché l'armata se ne va
E se non partissi anch'io
Sarebbe gran viltà.
Il sacco è preparato
Il fucile l'ho con me
Quando spunterà il sole
Lontan sarò da te.
Ma non ti lascio sola,
ma ti resta un figlio ancor,
sarà quel che ti consola
nell'ora del dolor.
Mentre il fucile urla
fuoco tutto il giorno,
volano avvoltoi
nel cielo blu attorno,
avanza il battaglione,
brilla il ferro e l'ottone,
e cadono sull'erba
mille bravi cittadini.
C'è un re, c'è un re
che non vuol vedere.
C'è un re, c'è un re
che non vuol sapere.
Mentre il cannone
lancia lampi nel cielo,
rullano tamburi,
incalzano zampogne,
insieme nella polvere,
sangue e sudore,
e cadono sull'erba
mille bravi contadini.
C'è un re, c'è un re
che non vuol vedere.
C'è un re, c'è un re
che non vuol sapere.
C'è un re che dorme,
rapito dalle rose,
non si sveglia nemmeno
quando madri silenziose
unite nel dolore
a giovani spose,
gli mostrano un anello
con inciso sopra un nome.
C'è un re, c'è un re
che non scende dal trono.
C'è un re, c'è un re
che non fa nessun dono.
C'è un re, c'è un re
che non scende dal trono.
C'è un re, c'è un re
che non fa l'ultimo dono.
che non fa l'ultimo dono
Dimmi un po', soldato, di dove sei? Sono di un paese vicino a lei, però sul fiume passa la frontiera, la riva bianca, la riva nera, e sopra il ponte vedo una bandiera, ma non è quella che c'è dentro il mio cuor.
Tu soldato allora non sei dei miei? Ho un'altra divisa, lo sa anche lei. No, non lo so, perché non vedo più, mi han colpito e forse sei stato tu.
Signor capitano, che ci vuoi far? questa qui è la guerra, non può cambiar. Sulla collina canta la mitraglia e l'erba verde diventa paglia, e lungo il fiume continua la battaglia, ma per noi due è già finita ormai.
Signor capitano, io devo andar. Vengo anch'io con te, non mi puoi lasciar. No, non ti lascerò, io lo so già, starò vicino a te per l'eternità.
Tutto è finito, tace la frontiera, la riva bianca, la riva nera, mentre una donna piange nella sera e chiama un nome che mai risponderà.
Signor capitano si fermi qui. Sono tanto stanco, mi fermo sì.
Da alcuni piccoli sintomi, da certe voci che corrono, da certe facce che s’incontrano, viene quasi da pensare che il suo reggimento si prepari alla partenza, e magari partirà fra un mese, fra un anno, fra dieci anni, ma già si prepara.
È una giornata bellissima di primavera, il 9 maggio, un sabato, dinanzi alle case della città uomini, donne e bambini si affaccendano intorno alle automobili, caricano valigie, pacchi, giocattoli, sci, battelli; sono vestiti per la gita, è l’amore, la giovinezza, la speranza, la vita.
Anche nei grandi cortili del suo reggimento, chissà dove, batte lo splendido sole ma portaordini vanno e vengono, la tromba dà segnali insoliti che nessuno o quasi conosce, si nota una diffusa irrequietudine, il signor colonnello, il capo di stato maggiore e gli altri ufficiali importanti stanno lavorando nei loro uffici benché sia sabato di primavera e la gente della città si prepari al sollievo, alla libertà, alla gioia, perché forse il reggimento deve partire. È il reggimento suo?
Non è che lui sia militare di mestiere. Ma tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare, per quanto è esteso il mondo, tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire.
Altri dicono invece che si tratta di navi. Ciascuno è iscritto come passeggero di una nave, senza sapere dove sia né il nome. E sono navi strane, capaci di salpare dal centro di un arido deserto o dalla precipitosa gola di una montagna. Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire.
Notte e tamburi, tamburi, e bandiere color dell'ombra e zoccoli di cavalli a scalpitare...
Notte... Il cielo è scuro su di noi, il cielo è nero, il cielo è di sasso su di noi, e zoccoli di cavallo a scalpitare...
Al passo marciano i soldati, a mille a mille tenenti e generali, al passo marciano compatti nella notte Al passo marciano in silenzio, e zoccoli di cavalli a scalpitare e nuvole nere su di noi.
S'affaccia la luna sull'abisso, ombre di alberi scuri, neve di carbone e tamburi che rullano in silenzio e bandiere bandiere senza colore, bandiere color dell'ombra a sventolare in un vento che non c'è.
Tempesta, tra le fronde nude tra le magre fronde dell'inverno,
scheletri e fantasmi e tamburi e zoccoli di cavalli a scalpitare
Al passo, al passo lento, marciano a mille a mille i soldati, tenenti e generali, di ogni età e di ogni divisa a mille a mille... soldati di mille e mille eserciti caduti in mille e mille guerre e vedove e orfani e cavalli neri a scalpitare.
Cavalli neri a scalpitare. e voli di corvi su di noi.
Tra i rami nudi scheletri e fantasmi, nella notte scura sotto il cielo di sasso nella tempesta che non c'è. nella quiete che non c'è
Che altro è mai questa Fortezza se non la mia stessa vita? Il baluardo e la prigione, al medesimo tempo, d’ogni mia cosa, la mia sicurezza e la mia solitudine, la mia sola speranza di conservazione in questo mondo.
Rinchiuso in essa io conduco la mia esistenza, osservando con pazienza le valli e le cime, osservando ogni accadere con occhio attento di sentinella; osservando con costanza l’immenso inquietante futuro: l’immenso Deserto che mi si para davanti.
È, quel Deserto, lo sterminato orizzonte dei giorni, dei giorni a venire, di dove, ad un’alba che non posso sapere, verrà la mia fine.
Già più d’una volta i cavalli dei Tartari, del mio nemico, si sono fatti vedere, sintomi loro della mia morte futura, della sconfitta, che non sarà una sconfitta.
Anni fa. Ero pronto alla lotta e smanioso anni fa, ero forte, curioso, vorace. Il nemico lo cercavo ben oltre le mura del Forte. In continue spericolate sortite. E il Forte aveva le mura ben salde, le truppe più fresche e mille sentinelle lo vegliavano agli spalti. Anni fa.
Ma, a mano a mano che la pista del Tartaro s’è avvicinata ai miei occhi, a mano a mano che la pugna si è fatta più vicina, io mi sono accorto che le mura del mio rifugio si sono infiacchite, che gli organici della Fortezza si sono via via assottigliati, e che il mio corpo, il mio stesso corpo col crescere dei gradi sulla divisa, si è fatto più stanco e malato.
Ora osservo il nemico a poche miglia dalle mie mura venire sicuro, col passo lento e inesorabile di sempre, avanzare. Osservo la partenza dei miei migliori soldati per altri fronti…
Proprio ora che i Tartari stanno arrivando. Ma non sarò sconfitto.
Generale, dietro la collina ci sta la notte crucca e assassina, e in mezzo al prato c'è una contadina, curva sul tramonto sembra una bambina, di cinquant'anni e di cinque figli, venuti al mondo come conigli, partiti al mondo come soldati e non ancora tornati.
Generale, dietro la stazione lo vedi il treno che portava al sole, non fa più fermate neanche per pisciare, si va dritti a casa senza più pensare, che la guerra è bella anche se fa male, che torneremo ancora a cantare e a farci fare l'amore, l'amore delle infermiere.
Generale, la guerra è finita, il nemico è scappato, è vinto, è battuto, dietro la collina non c'è più nessuno, solo aghi di pino e silenzio e funghi buoni da mangiare, buoni da seccare, da farci il sugo quando è Natale, quando i bambini piangono e a dormire non ci vogliono andare.
Generale, queste cinque stelle, queste cinque lacrime sulla mia pelle che senso hanno dentro al rumore di questo treno, che è mezzo vuoto e mezzo pieno e va veloce verso il ritorno, tra due minuti è quasi giorno, è quasi casa, è quasi amore.
è un mondo di Pace e di Libertà questo in cui viviamo.
Non appena qualcuno si azzarda a minacciare la Pace o la Libertà di cui godiamo, immantinentescattano le più severe misure di protezione, di tempestivo intervento, di subitaneo restauro.
E se in qualche angolo di questo pianeta, in qualche angolo meno fortunato del nostro, la Pace e la Libertà si vedessero scarseggiare, presto si provvederebbe a potarvele in abbondanza.
Così è fin dalla grande Rivoluzione dei Lumi dal trionfo e del Libero Pensiero. Da Danton, Marat e Robespierre.
Da noi la libertà giunse recata dal suo alfiere più illustre, il generale Napoleone Bonaparte; colui che imperatore ci volle liberi e sereni. I suoi duchi, i suoi principi e i viceré da lui stesso nominati assicurarono a noi Pace e Libertà in ogni dove.
In Russia non v’erano Pace e Libertà? Egli si mosse a pietà di quelle genti e vi portò, pur con gran travaglio un’armata intiera, e giunse alla capitale. Furono l’infausta natura dei luoghi e la cieca reazione degli illiberali, degli oppressori di quel povero paese, ad ostacolare la liberazione e la pacificazione della Russia.
E che dire del Piemonte che guidato dalla gloriosa ed invitta Casa dei Savoia seppe portare a Libertà l’Italia tutta? Liberarono, i generosi e illuminati monarchi, ogni stato italiano dal peso opprimente del loro stesso governo. Sostituirono le vecchi monarchie decadenti con quella nuova e fiammeggiante del Regno Unitario.
Grande e saggio fu lo statista conte di Cavour che mandò a morire in Crimea molti soldati: lo fece per liberare quella terra dai russi oppressori, ma con il sangue dei suoi martiri piemontesi egli poté avviare altresì la liberazione dell’Italia stessa.
Nè si può scordare l’amore per la libertà di quel gran generale, Eroe dei Due Mondi, che fu il Garibaldi. Con i Mille suoi volontari egli liberò, dai Napoletani oppressori, il Regno delle due Sicilie. Ne diventò il libertario dittatore. E al primo segno di libertà scaduta, di pace minacciata, provvidero i sabaudi piemontesi a liberare quelle terre solari dall’oppressione e dal caos di cui l’eroico dittatore non s’era forse curato a dovere.
Anche Roma fu liberata dalla mani del papa: i gloriosi ed invitti bersaglieri entrarono nella Città Eterna trionfanti e la consegnarono libera al re dell’Italia.
È storia risaputa quella dei beni della chiesa, terre e argenterie, liberati dalle mani del clero, oppressore e oscurantista, e dati ai più facoltosi e liberali possidenti.
È cosa assai nota quella dei conventi e dei monasteri, liberati dai monaci e dalle monache, e trasformati in utili caserme ed in pubblici uffici.
Ma la liberazione fu liberazione anche di cultura: libri e documenti sono riscritti da allora secondo la parola dei liberatori, non mai secondo quella degli oscurantisti e degli oppressori, che se letta o pronunciata può ancor oggi indurre gli illetterati del volgo a confondere il bene con il male.
Generosi del nostro bene supremo liberammo dalla loro misera condizione, noi, dei più fortunati paesi d’Occidente, le terre d’Africa e d’Oriente, facendone delle colonie felici, tutte ripiene di nostra Pace e Libertà. Ah, la nostra Civiltà liberatrice!
E con che con foga, con quale ardore combattemmo la guerra per la libertà e per la pace delle nostre terre irredente. E le liberammo. Financo le terre di altra lingua furon libere di assimilarsi a noi.
La libertà giunse ancora nelle nostre felici regioni con i liberatori americani, già nel secondo dopoguerra, e con gli Jugoslavi in Istria e in Dalmazia. Terre da allora libere dagli italiani oppressori. E i liberatori Russi in Germania e in Polonia e in Cecoslovacchia?
Quanta pace, quanta libertà vi fu in quegli anni!
Nella lontana Cina la libertà è giunta grazie alla gloriosa Rivoluzione di Mao. A Cuba grazie a Castro. E in anni più recenti, la Pace e la Libertà giunsero fino al Viet-Nam e in Cambogia.
E ancora più di recente, con i nostri bombardieri sopra Belgrado, si fece Pace in Kosovo e Montenegro, e in Iraq e in Afganistan.
Pace, Pace e Libertà: il mondo ne trabocca. Che cosa chiedere di più?
Quando chiusi gli occhi vi rimase fissata nel fondo l'ombra tetra della notte, le sagome scure dei corvi qua e là sparse fra le croci, fra i cadaveri dei compagni caduti, sulle mura ferite dei bastioni, sulle trincee ricolme di morte. Vi lasciavano piccole impronte le zampe sulla neve.
Chiusi gli occhi mentre le membra e il cuore si spegnevano, rapiti dal gelo notturno.
Quando li riaprii vi fu un batter d'ali di farfalla sul mio viso, un tiepido sole e prati in fiore.
Si destavano i dormienti tra le fresche erbe d'aprile, e voli di passeri e d'usignoli e canti e pigolii sotto l'arcobaleno rallegravano l'aria.
Vidi lì accanto, piegata per sempre, la mia grigia divisa di soldato e abiti nuovi addosso al mio corpo.
Al suono di una tromba mi ero destato? La guerra era finita, era finita per sempre? il nemico era dunque battuto?
Ovunque la nostra candida bandiera si alzava sulle colline.
Che io scriva di guerra questo si sa. Ma di quale e di come io ne scriva... non è chiaro.
Ma come potrei essere chiaro, stando in questa fortezza ormai da anni?
Ma che guerra è poi questa? fatta di reggimenti che partono all'alba, chiamati senza uno squillo di tromba, senza un motivo, mandati verso deserti senza nemico. Verso quei tartari, che quando arrivano...
Che guerra è mai questa che non ha un fronte preciso, che non ha divise, non ha cannoni? E i generali giocano a carte fra loro, mentre infuria tremenda la battaglia.
In questa guerra si muore soli, sudati e soli, nel silenzio di una stanza, col nemico a marciare dentro a noi stessi.
E i cannoni e le bombe sulle terrazze di Sebastopoli, esplodono lontani, sui bastioni di Feltre, scoppiano come in un sogno, ovattati. Tenui, sottili.
E le pompe e le sonde iniettano, insufflano, e gli aghi forano, sopra un campo di battaglia che è ormai esangue, pallido malato, e senza aiuti.
Che guerra è mai questa in cui il nemico alle cinque siede a tavola coi nostri generali, per sorbire il tè, prima di farci morire?
Caos e confusione, idiozia e corruzione.
Una guerra perversa di padri e di madri e di figli, col fronte segnato tra la camera e il salotto.
Una guerra di aviatori che provano il rossetto prima di sganciare le bombe su Belgrado.
Una guerra di chiacchieroni e di incapaci. Di immondizia e di colera.
La nausea mi prende e la maliconia.
Sono un capitano. Sono un soldato.
Osservo il deserto dalla ridotta. Un cavallo s'è visto la notte scorsa correre via lontano...
Quando partimmo, trombe e tamburi suonavano per noi; la gente riempiva le strade per vederci marciare, per salutarci agitando le mani.
Il presidente, esaltando la nostra partenza, venne di persona a dichiarare, con la fascia sul petto: «I nostri occhi guardano a voi: siete voi la nostra speranza, siete voi il nostro futuro!».
A noi che eravamo il futuro lasciò una promessa di eterna riconoscenza, titoli onori e medaglie al valore.
Anche il vescovo benedisse la nostra partenza, e benedisse le nostre persone, benedisse le armi e le divise e la nostra bandiera che garriva al vento, dei suoi colori.
«Vi manda il Cielo» ci disse e intonò l’alleluja»
Le donne piangevano per noi e gridavano e sussurravano: «Tornate presto, via aspetteremo qui!». E disprezzavano chi rimaneva.
Trombe e tamburi e la banda alla stazione. La banda alla stazione, quando il treno partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e una promessa d’amore.
Quando tornammo ci fu per noi il brusio annoiato della città; la gente volse lo sguardo per non vederci passare, e silenziosa sparì dietro ai portoni.
Il presidente, esecrando la nostra partenza, mandò a dire per lettera: «I nostri occhi sono rivolti ai giovani, che sono il futuro, la nostra speranza!»
A noi che eravamo il passato non fece alcuna promessa, solo si fece una scritta sul marmo per chi di noi non era potuto tornare.
Anche il vescovo riprovò la nostra partenza, e riprovò le nostre persone, riprovò le armi e le divise e la nostra bandiera che lacera piegava a terra, sporca di sangue.
«Vi perdoni il Cielo» ci disse e se ne andò.
Le donne non si ricordavano bene di noi per noi e ci dicevano con durezza: «Ci siamo sposate con chi di voi non è partito, avremmo dovuto aspettare voi?»
Trombe e tamburi e la banda in stazione. La banda in stazione, quando il treno partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e d’amore, e chi rimase ebbe soltanto il disprezzo.
La guerra è finita che ho già visto per aria tornare gli uccelli, io penso dal mare, o da qualche altro posto, ma conta soltanto che li ho visti tornare.
La guerra è finita e ha riaperto i negozi, e ha vestito i terrazzi di donne e gerani e basilico buono che appena lo tocchi ti sembra di seta... e è una bella giornata... che la guerra è finita...
La guerra è finita, la signora maestra chiuderà il mappamondo in un sacco di iuta, che la geografia adesso non riusciamo a capirla che è ancora confusa...
La guerra è finita è finita la scuola, di ingiustizie nessuna, c'hanno tutti promossi e se c'era un somaro che l'anno venturo si cerchi una scusa diversa e d'annata... che la guerra è finita...
La guerra è finita, c'è da andare a raccogliere centinaia di olive cadute sul prato e migliaia di uomini crocefissi per bene sul filo spinato.
La guerra è finita, tu perché non ritorni, te lo chiedo da giorni e qui il mare è bellissimo, e se torni così poi m'insegni a nuotare e gli amici giù a casa moriranno d'invidia...
Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia dall'ombra dei fossi ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente voglio che scendano i lucci argentati non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno e come gli altri verso l'inferno te ne vai triste come chi deve il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero, fermati adesso lascia che il vento ti passi un po' addosso dei morti in battaglia ti porti la voce chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu non lo udisti e il tempo passava con le stagioni a passo di giava ed arrivasti a varcar la frontiera in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle vedesti un uomo in fondo alla valle che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora fino a che tu non lo vedrai esangue cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire ma il tempo a me resterà per vedere vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura quello si volta, ti vede e ha paura ed imbraccia l'artiglieria non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio Ninetta bella dritto all'inferno avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire dentro alle mani stringevi un fucile dentro alla bocca stringevi parole troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia dall'ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi.