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    October 15

    Mi ka el

    Scoppiò quindi una guerra in cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo.

    Il grande drago, il serpente antico, colui che  chiamiamo il diavolo e satana, e che seduce tutta la terra fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche tutti i suoi angeli.

    September 22

    addio mia bella addio (trad.)

    Addio mia bella addio
    Ché l'armata se ne va
    E se non partissi anch'io
    Sarebbe gran viltà.

    Il sacco è preparato
    Il fucile l'ho con me
    Quando spunterà il sole
    Lontan sarò da te.

    Ma non ti lascio sola,
    ma ti resta un figlio ancor,
    sarà quel che ti consola
    nell'ora del dolor.

    C'è un re (Nomadi)

    Mentre il fucile urla
    fuoco tutto il giorno,
    volano avvoltoi
    nel cielo blu attorno,
    avanza il battaglione,
    brilla il ferro e l'ottone,
    e cadono sull'erba
    mille bravi cittadini.

    C'è un re, c'è un re
    che non vuol vedere.
    C'è un re, c'è un re
    che non vuol sapere.

    Mentre il cannone
    lancia lampi nel cielo,
    rullano tamburi,
    incalzano zampogne,
    insieme nella polvere,
    sangue e sudore,
    e cadono sull'erba
    mille bravi contadini.

    C'è un re, c'è un re
    che non vuol vedere.
    C'è un re, c'è un re
    che non vuol sapere.

    C'è un re che dorme,
    rapito dalle rose,
    non si sveglia nemmeno
    quando madri silenziose
    unite nel dolore
    a giovani spose,
    gli mostrano un anello
    con inciso sopra un nome.

    C'è un re, c'è un re
    che non scende dal trono.
    C'è un re, c'è un re
    che non fa nessun dono.
    C'è un re, c'è un re
    che non scende dal trono.
    C'è un re, c'è un re
    che non fa l'ultimo dono.
    che non fa l'ultimo dono

    August 13

    La riva bianca, la riva nera - (1971 Testa-Sciorilli)


    Dimmi un po', soldato, di dove sei?

    Sono di un paese vicino a lei,
    però sul fiume passa la frontiera,
    la riva bianca, la riva nera,
    e sopra il ponte vedo una bandiera,
    ma non è quella che c'è dentro il mio cuor.

    Tu soldato allora non sei dei miei?
    Ho un'altra divisa, lo sa anche lei.
    No, non lo so, perché non vedo più,
    mi han colpito e forse sei stato tu.

    Signor capitano, che ci vuoi far?
    questa qui è la guerra, non può cambiar.
    Sulla collina canta la mitraglia
    e l'erba verde diventa paglia,
    e lungo il fiume continua la battaglia,
    ma per noi due è già finita ormai.

    Signor capitano, io devo andar.
    Vengo anch'io con te, non mi puoi lasciar.
    No, non ti lascerò, io lo so già,
    starò vicino a te per l'eternità.

    Tutto è finito, tace la frontiera,
    la riva bianca, la riva nera,
    mentre una donna piange nella sera
    e chiama un nome che mai risponderà.

    Signor capitano si fermi qui.
    Sono tanto stanco, mi fermo sì.

    August 06

    Il reggimento parte all'alba (D. Buzzati)

    Da alcuni piccoli sintomi, da certe voci che corrono, da certe facce che s’incontrano, viene quasi da pensare che il suo reggimento si prepari alla partenza, e magari partirà fra un mese, fra un anno, fra dieci anni, ma già si prepara.

    È una giornata bellissima di primavera, il 9 maggio, un sabato, dinanzi alle case della città uomini, donne e bambini si affaccendano intorno alle automobili, caricano valigie, pacchi, giocattoli, sci, battelli; sono vestiti per la gita, è l’amore, la giovinezza, la speranza, la vita.

    Anche nei grandi cortili del suo reggimento, chissà dove, batte lo splendido sole ma portaordini   vanno e vengono, la tromba dà segnali insoliti che nessuno o quasi conosce, si nota una diffusa irrequietudine, il signor colonnello, il capo di stato maggiore e gli altri ufficiali importanti stanno lavorando nei loro uffici benché sia sabato di primavera e la gente della città si prepari al sollievo, alla libertà, alla gioia, perché forse il reggimento deve partire. È il reggimento suo?

    Non è che lui sia militare di mestiere. Ma tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare, per quanto è esteso il mondo, tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire.

    Altri dicono invece che si tratta di navi. Ciascuno è iscritto  come passeggero di una nave, senza sapere dove sia né il nome. E sono navi strane, capaci di salpare dal centro di un arido deserto o dalla precipitosa gola di una montagna. Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire. 

    July 28

    Odore di polvere da sparo (F.Battiato)


    E' vero che sul Mar Nero, sul mare nero
    le rose fioriscono tre volte?

    E' vero che le colonne doriche vanno in briciole
    e si sente parlare di distanze
    per andare ad Alessandria d'Egitto?

    Fasto della vecchia Europa.

    L'odore di polvere da sparo sparso per quartieri
    mentre una banda accompagna le reliquie della santa,
    impulsi religiosi dell'Occidente.

    Accidente.

    Le truppe schierate di fronte,
    a un ordine sparano i fucili.

    Le prime file cadono a pioggia
    Il fumo si addensa al sudore
    (La parte sinistra di Baku guardando il porto)

    L'odore di polvere da sparo ...

    La parte sinistra di Baku guardando il porto.
    E' la vedetta

    July 12

    l'ultima marcia


    Notte e tamburi,
    tamburi, e bandiere color dell'ombra
    e zoccoli di cavalli a scalpitare...

    Notte...
    Il cielo è scuro su di noi,
    il cielo è nero,
    il cielo è di sasso su di noi,
    e zoccoli di cavallo a scalpitare...

    Al passo marciano i soldati, a mille a mille
    tenenti e generali,
    al passo marciano compatti nella notte
    Al passo marciano in silenzio,
    e zoccoli di cavalli a scalpitare 
    e nuvole nere su di noi.

    S'affaccia la luna sull'abisso,
    ombre di alberi scuri,
    neve di carbone
    e tamburi
    che rullano in silenzio
    e bandiere
    bandiere senza colore,
    bandiere color dell'ombra
    a sventolare in un vento che non c'è.

    Tempesta, tra le fronde nude
    tra le magre fronde dell'inverno,

    scheletri e fantasmi
    e tamburi
    e zoccoli di cavalli a scalpitare

    Al passo, al passo lento, marciano
    a mille a mille
    i soldati,
    tenenti e generali,
    di ogni età e di ogni divisa
    a mille a mille...
    soldati di mille e mille eserciti
    caduti in mille e mille guerre
    e vedove e orfani
    e cavalli neri a scalpitare.

    Cavalli neri a scalpitare.
    e voli di corvi su di noi.

    Tra i rami nudi
    scheletri e fantasmi,
    nella notte scura
    sotto il cielo di sasso
    nella tempesta che non c'è.
    nella quiete che non c'è



    June 07

    volta la carta...

     

    La donnina che semina il grano

    volta la carta e si vede il villano.

     

    Il villano che zappa la terra

    volta la carta e si vede la guerra.

     

    La guerra con tanti soldati

    volta la carta e si vede i malati.

     

    I malati con tanto dolore

    volta la carta e si vede il dottore.

     

    Il dottore che fa la ricetta

    volta la carta e si vede Concetta.

     

    La Concetta che fa i brigidini

    volta la carta e ci sono i bambini.

     

    I bambini che van per i campi

    volta la carta e si vedono i lampi.

     

    I lampi che fanno spavento

    volta la carta e si vede il convento.

     

    Il convento coi frati in preghiera

    volta la carta e si vede la fiera.

     

    La fiera con burle e con lazzi,

    volta la carta e si vedono i pazzi.

     

    I pazzi che cantano a letto

    volta la carta e si vede lo spettro.

     

    Uno spettro che appare e va via

    volta la carta e si vede Lucia.

     

    Lucia che fa un vestitino

    volta la carta e si vede Arlecchino.

     

    Arlecchino che fa gli sgambetti

    volta la carta e ci sono i galletti.

     

    I galletti che cantano forte

    volta la carta e si vede la Morte.

     

    La Morte che falcia la gente

    volta la carta e non si vede più niente.

    May 21

    Il testamento del capitano (trad.)

     
    El capitan della compagnia
    e l’è ferito, sta per morir
    e l’ manda a dire ai suoi Alpini,
    perchè lo vengano a ritrovar.
     
    I suoi Alpini ghe manda a dire
    che non han scarpe da camminar,
    "O con le scarpe o senza scarpe
    i miei Alpini li voglio qua!".
     
    "Cosa comanda, siòr capitano,
    che noi adesso siamo arrivà?"
    "E io comando che il mio corpo
    in cinque pezzi sia taglià.
     
    Il primo pezzo alla mia Patria,
    secondo pezzo al Battaglion,
    il terzo pezzo alla mia mamma
    che si ricordi del suo figliol.
     
    Il quarto pezzo alla mia bella
    che si ricordi del suo primo amor,
    l’ultimo pezzo alle montagne
    che lo fioriscano di rose e fior".
    April 24

    Il segreto della Fortezza

     

    Che altro è mai questa Fortezza se non la mia stessa vita? Il baluardo e la prigione, al medesimo tempo, d’ogni mia cosa, la mia sicurezza e la mia solitudine, la mia sola speranza di conservazione in questo mondo.

    Rinchiuso in essa io conduco la mia esistenza, osservando con pazienza le valli e le cime, osservando ogni accadere con occhio attento di sentinella; osservando con costanza l’immenso inquietante futuro: l’immenso Deserto che mi si para davanti.

    È, quel Deserto, lo sterminato orizzonte dei giorni, dei giorni a venire, di dove, ad un’alba che non posso sapere, verrà la mia fine. 

    Già più d’una volta i cavalli dei Tartari, del mio nemico, si sono fatti vedere, sintomi loro della mia morte futura, della sconfitta, che non sarà una sconfitta.

     

    Anni fa. Ero pronto alla lotta e smanioso anni fa, ero forte, curioso, vorace. Il nemico lo cercavo ben oltre le mura del Forte. In continue spericolate sortite. E il Forte aveva le mura ben salde, le truppe più fresche e mille sentinelle lo vegliavano agli spalti. Anni fa.

    Ma, a mano a mano che la pista del Tartaro s’è avvicinata ai miei occhi, a mano a mano che la pugna si è fatta più vicina, io mi sono accorto che le mura del mio rifugio si sono infiacchite, che gli organici della Fortezza si sono via via assottigliati, e che il mio corpo, il mio stesso corpo col crescere dei gradi sulla divisa, si è fatto più stanco e malato.

    Ora osservo il nemico a poche miglia dalle mie mura venire sicuro, col passo lento e inesorabile di sempre, avanzare. Osservo la partenza dei miei migliori soldati per altri fronti…

    Proprio ora che i Tartari stanno arrivando. Ma non sarò sconfitto.

    April 15

    Monte Canino (canto degli alpini)

     

    Non ti ricordi quel mese di aprile,

    quel lungo treno che andava al confine,

    che trasportava migliaia degli alpini

    su, su correte è l’ora di partir…

    che trasportava migliaia degli alpini

    su, su correte è l’ora di partir…

     

    Dopo tre giorni di strada ferrata
    ed altri due di lungo cammino,
    siamo arrivati sul Monte Canino
    e a ciel sereno ci tocca riposar.

    siamo arrivati sul Monte Canino
    e a ciel sereno ci tocca riposar.

     

    Se avete fame, guardate lontano,
    se avete sete la tazza alla mano
    se avete sete la tazza alla mano
    che ci rinfresca la neve ci sarà.

    se avete sete la tazza alla mano.
    che ci rinfresca la neve ci sarà.

     

    Non più coperte, lenzuola, cuscini,
    non più l’ebbrezza dei dolci tuoi caldi baci,
    solo si sentono gli uccelli rapaci
    e di lontano il rombo del cannon.

    solo si sentono gli uccelli rapaci
    e di lontano il rombo del cannon.

    April 07

    Generale (Francesco de Gregori 1978)

     
     
    Generale, dietro la collina
    ci sta la notte crucca e assassina,
    e in mezzo al prato c'è una contadina,
    curva sul tramonto sembra una bambina,
    di cinquant'anni e di cinque figli,
    venuti al mondo come conigli,
    partiti al mondo come soldati
    e non ancora tornati.
     
    Generale, dietro la stazione
    lo vedi il treno che portava al sole,
    non fa più fermate neanche per pisciare,
    si va dritti a casa senza più pensare,
    che la guerra è bella anche se fa male,
    che torneremo ancora a cantare
    e a farci fare l'amore, l'amore delle infermiere.
     
    Generale, la guerra è finita,
    il nemico è scappato, è vinto, è battuto,
    dietro la collina non c'è più nessuno,
    solo aghi di pino e silenzio e funghi
    buoni da mangiare, buoni da seccare,
    da farci il sugo quando è Natale,
    quando i bambini piangono
    e a dormire non ci vogliono andare.
     
    Generale, queste cinque stelle,
    queste cinque lacrime sulla mia pelle
    che senso hanno dentro al rumore di questo treno,
    che è mezzo vuoto e mezzo pieno
    e va veloce verso il ritorno,
    tra due minuti è quasi giorno,
    è quasi casa, è quasi amore.

    April 01

    Andrea (F. de Andrè)


    Andrea s'è perso, s'è perso e non sa tornare
    Andrea s'è perso, s'è perso e non sa tornare.

    Andrea aveva un amore, riccioli neri.
    Andrea aveva un dolore, riccioli neri.
     
    C'era scritto sul foglio ch'era morto sulla bandiera,
    C'era scritto e la firma era d'oro, era firma di re.
     
    Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.
    Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.
     
    Occhi di bosco, contadino del regno, profilo francese
    Occhi di bosco, soldato del regno, profilo francese.
     
    E Andrea l'ha perso, ha perso l'amore, la perla più rara.
    E Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura.
     
    Andrea raccoglieva violette ai bordi del pozzo
    Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo.

    Il secchio gli disse - Signore il pozzo è profondo,
    più fondo del fondo degli occhi, della Notte, del Pianto!
     
    Lui disse - Mi basta, mi basta che sia più profondo di me.
    Lui disse - Mi basta, mi basta che sia più profondo di me.
    March 27

    Un mondo di Pace e di Libertà

     

    Gentile capitano,

    è un mondo di Pace e di Libertà questo in cui viviamo.

    Non appena qualcuno si azzarda a minacciare la Pace o la Libertà di cui godiamo, immantinente  scattano le più severe misure di protezione, di tempestivo intervento, di subitaneo restauro.

    E se in qualche angolo di questo pianeta, in qualche angolo meno fortunato del nostro, la Pace e la Libertà si vedessero scarseggiare, presto si provvederebbe a potarvele in abbondanza.

    Così è fin dalla grande Rivoluzione dei Lumi dal trionfo e del Libero Pensiero. Da Danton, Marat e Robespierre.

    Da noi la libertà giunse recata dal suo alfiere più illustre, il generale Napoleone Bonaparte; colui che imperatore ci volle liberi e sereni. I suoi duchi, i suoi principi e i viceré da lui stesso nominati assicurarono a noi Pace e Libertà in ogni dove.

    In Russia non v’erano Pace e Libertà? Egli si mosse a pietà di quelle genti e vi portò, pur con gran travaglio un’armata intiera, e giunse alla capitale. Furono l’infausta natura dei luoghi e la cieca reazione degli illiberali, degli oppressori di quel povero paese, ad ostacolare la liberazione e la pacificazione della Russia.

    E che dire del Piemonte che guidato dalla gloriosa ed invitta Casa dei Savoia seppe portare a Libertà l’Italia tutta? Liberarono, i generosi e illuminati monarchi, ogni stato italiano dal peso opprimente del loro stesso governo. Sostituirono le vecchi monarchie decadenti con quella nuova e fiammeggiante del Regno Unitario.

    Grande e saggio fu lo statista conte di Cavour che mandò a morire in Crimea molti soldati: lo fece per liberare quella terra dai russi oppressori, ma con il sangue dei suoi martiri piemontesi egli poté avviare altresì la liberazione dell’Italia stessa.

    Nè si può scordare l’amore per la libertà di quel gran generale, Eroe dei Due Mondi, che fu il Garibaldi. Con i Mille suoi volontari egli liberò, dai Napoletani oppressori, il Regno delle due Sicilie. Ne diventò il libertario dittatore. E al primo segno di libertà scaduta, di pace minacciata, provvidero i sabaudi piemontesi a liberare quelle terre solari dall’oppressione e dal caos di cui l’eroico dittatore non s’era forse curato a dovere.

    Anche Roma fu liberata dalla mani del papa: i gloriosi ed invitti bersaglieri entrarono nella Città Eterna trionfanti e la consegnarono libera al re dell’Italia.

    È storia risaputa quella dei beni della chiesa, terre e argenterie, liberati dalle mani del clero, oppressore e oscurantista, e dati ai più facoltosi e liberali possidenti.

    È cosa assai nota quella dei conventi e dei monasteri, liberati dai monaci e dalle monache, e trasformati in utili caserme ed in pubblici uffici.

    Ma la liberazione fu liberazione anche di cultura: libri e documenti sono riscritti da allora secondo la parola dei liberatori, non mai secondo quella degli oscurantisti e degli oppressori, che se letta o pronunciata può ancor oggi indurre gli illetterati del volgo a confondere il bene con il male.

    Generosi del nostro bene supremo liberammo dalla loro misera condizione, noi, dei più fortunati paesi d’Occidente, le terre d’Africa e d’Oriente, facendone delle colonie felici, tutte ripiene di nostra Pace e Libertà. Ah, la nostra Civiltà liberatrice!

    E con che con foga, con quale ardore combattemmo la guerra per la libertà e per la pace delle nostre terre irredente. E le liberammo. Financo le terre di altra lingua furon libere di assimilarsi a noi.

    La libertà giunse ancora nelle nostre felici regioni con i liberatori americani, già nel secondo dopoguerra, e con gli Jugoslavi in Istria e in Dalmazia. Terre da allora libere dagli italiani oppressori. E i liberatori Russi in Germania e in Polonia e in Cecoslovacchia?

    Quanta pace, quanta libertà vi fu in quegli anni!

    Nella lontana Cina la libertà è giunta grazie alla gloriosa Rivoluzione di Mao. A Cuba grazie a Castro. E in anni più recenti, la Pace e la Libertà giunsero fino al Viet-Nam e in Cambogia.

    E ancora più di recente, con i nostri bombardieri sopra Belgrado, si fece Pace in Kosovo e Montenegro, e in Iraq e in Afganistan.

    Pace, Pace e Libertà: il mondo ne trabocca. Che cosa chiedere di più?

     

    Vostro

    ten. Trotta

    March 22

    l'alba della sentinella (Pasqua)

     
    Quando chiusi gli occhi vi rimase fissata nel fondo l'ombra tetra della notte, le sagome scure dei corvi qua e là sparse fra le croci, fra i cadaveri dei compagni caduti, sulle mura ferite dei bastioni, sulle trincee ricolme di morte. Vi lasciavano piccole impronte le zampe sulla neve.
    Chiusi gli occhi mentre le membra e il cuore si spegnevano, rapiti dal gelo notturno.
     
    Quando li riaprii vi fu un batter d'ali di farfalla sul mio viso, un tiepido sole e prati in fiore.
    Si destavano i dormienti tra le fresche erbe d'aprile, e voli di passeri e d'usignoli e canti e pigolii sotto l'arcobaleno rallegravano l'aria.
    Vidi lì accanto, piegata per sempre, la mia grigia divisa di soldato e abiti nuovi addosso al mio corpo.
    Al suono di una tromba mi ero destato? La guerra era finita, era finita per sempre? il nemico era dunque battuto?
    Ovunque la nostra candida bandiera si alzava sulle colline.
    March 18

    che guerra?

    Che io scriva di guerra questo si sa. Ma di quale e di come io ne scriva... non è chiaro.
     
    Ma come potrei essere chiaro, stando in questa fortezza ormai da anni?
     
    Ma che guerra è poi questa? fatta di reggimenti che partono all'alba, chiamati senza uno squillo di tromba, senza un motivo, mandati verso deserti senza nemico. Verso quei tartari, che quando arrivano...
    Che guerra è mai questa che non ha un fronte preciso, che non ha divise, non ha cannoni? E i generali giocano a carte fra loro, mentre infuria tremenda la battaglia.
    In questa guerra si muore soli, sudati e soli, nel silenzio di una stanza, col nemico a marciare dentro a noi stessi.
     
    E i cannoni e le bombe sulle terrazze di Sebastopoli, esplodono lontani, sui bastioni di Feltre, scoppiano come in un sogno, ovattati. Tenui, sottili.
    E le pompe e le sonde iniettano, insufflano, e gli aghi forano, sopra un campo di battaglia che è ormai esangue, pallido malato, e senza aiuti.
     
    Che guerra è mai questa in cui il nemico alle cinque siede a tavola coi nostri generali, per sorbire il tè, prima di farci morire?
     
    Caos e confusione, idiozia e corruzione.
    Una guerra perversa di padri e di madri e di figli, col fronte segnato tra la camera e il salotto.
    Una guerra di aviatori che provano il rossetto prima di sganciare le bombe su Belgrado.
    Una guerra di chiacchieroni e di incapaci. Di immondizia e di colera.
     
    La nausea mi prende e la maliconia.
     
    Sono un capitano. Sono un soldato.
    Osservo il deserto dalla ridotta. Un cavallo s'è visto la notte scorsa correre via lontano...
    March 15

    quando tornammo

     

    Quando partimmo, trombe e tamburi suonavano per noi; la gente riempiva le strade per vederci marciare, per salutarci agitando le mani.

     

    Il presidente, esaltando la nostra partenza, venne di persona a dichiarare, con la fascia sul petto: «I nostri occhi guardano a voi: siete voi la nostra speranza, siete voi il nostro futuro!».

    A noi che eravamo il futuro lasciò una promessa di eterna riconoscenza, titoli onori e medaglie al valore.

     

    Anche il vescovo benedisse la nostra partenza, e benedisse le nostre persone, benedisse le armi e le divise e la nostra bandiera che garriva al vento, dei suoi colori.

    «Vi manda il Cielo» ci disse e intonò l’alleluja»

     

    Le donne piangevano per noi e gridavano e sussurravano: «Tornate presto, via aspetteremo qui!». E disprezzavano chi rimaneva.

     

    Trombe e tamburi e la banda alla stazione. La banda alla stazione, quando il treno partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e una promessa d’amore.

     

    Quando tornammo ci fu per noi il brusio annoiato della città; la gente volse lo sguardo per non vederci passare, e silenziosa sparì dietro ai portoni.

     

    Il presidente, esecrando la nostra partenza, mandò a dire per lettera: «I nostri occhi sono rivolti ai giovani, che sono il futuro, la nostra speranza!»

    A noi che eravamo il passato non fece alcuna promessa, solo si fece una scritta sul marmo per chi di noi non era potuto tornare.

     

    Anche il vescovo riprovò la nostra partenza, e riprovò le nostre persone, riprovò le armi e le divise e la nostra bandiera che lacera piegava a terra, sporca di sangue.

    «Vi perdoni il Cielo» ci disse e se ne andò.

     

    Le donne non si ricordavano bene di noi per noi e ci dicevano con durezza: «Ci siamo sposate con chi di voi non è partito, avremmo dovuto aspettare voi?»

     

    Trombe e tamburi e la banda in stazione. La banda in stazione, quando il treno partì. E noi partimmo con una promessa di gloria e d’amore, e chi rimase ebbe soltanto il disprezzo.

     

    March 03

    La guerra è finita (M. Castelnuovo)

     
    La guerra è finita
    che ho già visto per aria
    tornare gli uccelli,
    io penso dal mare,
    o da qualche altro posto,
    ma conta soltanto
    che li ho visti tornare.
     
    La guerra è finita
    e ha riaperto i negozi,
    e ha vestito i terrazzi di donne
    e gerani e basilico buono
    che appena lo tocchi
    ti sembra di seta...
    e è una bella giornata...
    che la guerra è finita...
     
    La guerra è finita,
    la signora maestra
    chiuderà il mappamondo
    in un sacco di iuta,
    che la geografia adesso
    non riusciamo a capirla
    che è ancora confusa...
     
    La guerra è finita
    è finita la scuola,
    di ingiustizie nessuna,
    c'hanno tutti promossi
    e se c'era un somaro
    che l'anno venturo
    si cerchi una scusa
    diversa e d'annata...
    che la guerra è finita...
     
    La guerra è finita,
    c'è da andare a raccogliere
    centinaia di olive
    cadute sul prato
    e migliaia di uomini
    crocefissi per bene
    sul filo spinato.
     
    La guerra è finita,
    tu perché non ritorni,
    te lo chiedo da giorni
    e qui il mare è bellissimo,
    e se torni così poi
    m'insegni a nuotare
    e gli amici giù a casa
    moriranno d'invidia...

    ... che la guerra è finita...

    February 15

    La guerra di Piero (F. de Andrè)

     
    Dormi sepolto in un campo di grano
    non è la rosa non è il tulipano
    che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
    ma son mille papaveri rossi

    lungo le sponde del mio torrente
    voglio che scendano i lucci argentati
    non più i cadaveri dei soldati
    portati in braccio dalla corrente

    così dicevi ed era inverno
    e come gli altri verso l'inferno
    te ne vai triste come chi deve
    il vento ti sputa in faccia la neve

    fermati Piero, fermati adesso
    lascia che il vento ti passi un po' addosso
    dei morti in battaglia ti porti la voce
    chi diede la vita ebbe in cambio una croce

    ma tu non lo udisti e il tempo passava
    con le stagioni a passo di giava
    ed arrivasti a varcar la frontiera
    in un bel giorno di primavera

    e mentre marciavi con l'anima in spalle
    vedesti un uomo in fondo alla valle
    che aveva il tuo stesso identico umore
    ma la divisa di un altro colore

    sparagli Piero, sparagli ora
    e dopo un colpo sparagli ancora
    fino a che tu non lo vedrai esangue
    cadere in terra a coprire il suo sangue

    e se gli sparo in fronte o nel cuore
    soltanto il tempo avrà per morire
    ma il tempo a me resterà per vedere
    vedere gli occhi di un uomo che muore

    e mentre gli usi questa premura
    quello si volta, ti vede e ha paura
    ed imbraccia l'artiglieria
    non ti ricambia la cortesia

    cadesti in terra senza un lamento
    e ti accorgesti in un solo momento
    che il tempo non ti sarebbe bastato
    a chiedere perdono per ogni peccato

    cadesti interra senza un lamento
    e ti accorgesti in un solo momento
    che la tua vita finiva quel giorno
    e non ci sarebbe stato un ritorno

    Ninetta mia crepare di maggio
    ci vuole tanto troppo coraggio
    Ninetta bella dritto all'inferno
    avrei preferito andarci in inverno

    e mentre il grano ti stava a sentire
    dentro alle mani stringevi un fucile
    dentro alla bocca stringevi parole
    troppo gelate per sciogliersi al sole

    dormi sepolto in un campo di grano
    non è la rosa non è il tulipano
    che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
    ma sono mille papaveri rossi.